lunedì 16 novembre 2015
GESTO INCONSULTO DI CULTURA #13
"In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch'è finito."
Fontamara è il romanzo più noto scritto da Ignazio Silone. Tradotto in decine di lingue, conseguì immediato riconoscimento di pubblico in tutto il mondo, in Europa, America e Asia. La sua descrizione offre uno spaccato tremendo dell'universo contadino analfabeta dei «cafoni» delle montagne d'Abruzzo al tempo della dittatura fascista. Fontamara è un paesino sottosviluppato, arretrato economicamente e tecnologicamente. Peggio ancora, il microcosmo umano che ci vive è condannato endemicaménte all'ingiustizia e alla povertà, scandite dall'immutabile succedersi dei tempi legati all'agricoltura: la semina, l'insolfatura, la mietitura e la vendemmia.
In questo isolamento incivile, i contadini subiscono passivamente sia le catastrofi naturali che le ingiustizie quotidiane patite: nella premessa la vicenda sviluppata a Fontamara, ovvero la sua rivendicazione del diritto all'acqua, è definita "un fatto strano".
Dal 1º giugno 1929 nel paese di Fontamara (nella Marsica, vicino ad Avezzano) non arriva più l'elettricità. Sperando di rimediare a questa “fatalità” ogni contadino analfabeta firma una misteriosa “carta bianca”, portata loro da un graduato della milizia (il cav. Pelino), la quale si scoprirà essere in realtà l'autorizzazione a togliere l'acqua per l'irrigazione per indirizzarla verso i possedimenti dell'Impresario, un “galantuomo”, ossia il podestà del capoluogo. Egli è un imprenditore legato al regime che raggiunse la carica di primo cittadino, dalla quale favorisce esclusivamente i propri interessi a danno della collettività oppressa.
Scoperto l'imbroglio nel quale sono caduti firmando la carta bianca, le donne fontamaresi si recano a casa dell'Impresario per tentare di convincerlo a ridar loro l'acqua, indispensabile per la sopravvivenza; ottengono il risultato di continuare ad esser turlupinati: in un primo tempo l'avvocato Don Circostanza stabilisce che «tre quarti scorrano nel nuovo letto del fiume, mentre i tre quarti del rimanente continuino nel vecchio, cosicché ognuno abbia tre quarti»; più avanti, di fronte alla pretesa dell'Impresario di aver in usufrutto l'acqua per 50 anni, l'avvocato suggerisce di «ridurre il termine a soli 10 lustri», col risultato grottesco che i cafoni ricevano una riduzione del loro salario, senza riavere l'acqua, un altro tiro ordito alla povera gente dall'avvocato.
Dai soprusi ottenuti con le parole, si passa quindi ai soprusi fisici, con una violenta incursione delle squadracce fasciste, inviate a Fontamara per segnalazione del cavalier Pelino, che aveva riscontrato comportamenti antifascisti. Allora Berardo Viola, l'uomo più forte e robusto del paese, in compagnia di uno dei narratori, decide di reagire tentando di trovare maggior fortuna fuori dal paese.
Durante il viaggio verso Roma egli si rende conto che, al di fuori di Fontamara, sono cambiate molte cose. Quando ormai è evidente il fallimento di Berardo, a cui viene negato il lavoro perché, in quanto fontamarese, è bollato come rivoluzionario, egli viene a conoscenza della morte di Elvira, la sua amata che egli avrebbe dovuto sposare non appena tornato dal suo viaggio in cerca di lavoro. Berardo si convince che per lui la vita non ha più senso e decide di tornare a Fontamara.
Alla stazione di Roma però avviene una svolta: incontra un partigiano (l'Avezzanese), già conosciuto in Abruzzo, che lo mette al corrente dell'avvento del fascismo e dei molti altri cambiamenti avvenuti in Italia e sconosciuti da tutti i fontamaresi. L'incontro a Roma con l'Avezzanese gli apre gli occhi sulla realtà che tutti stanno vivendo e gli fa prendere coscienza della situazione politica attuale.
I due vengono arrestati per un equivoco e nel periodo in cui sono costretti alla convivenza in cella, il contadino sviluppa una notevole maturazione politica. Questo suo nuovo impegno morale lo porta ad autoaccusarsi di essere il “Solito Sconosciuto”, ossia un sostenitore attivo della resistenza. Dopo questa falsa testimonianza lui e il suo compagno di viaggio vengono torturati perché rivelino i nomi dei complici fino all'atroce e ingiusta morte, fatta passare per suicidio, di Berardo.
Venuti a conoscenza del fatto i fontamaresi fondano il “Che fare?”, un giornale in cui scrivono dei soprusi subiti e della ingiusta morte del loro compaesano, e lo portano nei villaggi vicini. La conclusione è tragica in quanto il regime decide di punire tutti i fontamaresi mandando una squadra della Milizia che fa strage di abitanti. Per fortuna però alcuni fontamaresi si salvano, e tra questi vi sono i tre narratori della storia che scappano all'estero dove incontrano (fittiziamente) l'autore e raccontano le loro vicissitudini.
Fonte: www.wikipedia.it
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