venerdì 13 novembre 2015
GESTO INCONSULTO DI CULTURA #10
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Alle fronde dei salici è una poesia di Salvatore Quasimodo. Questa lirica è stata pubblicata nel 1945 su una rivista, successivamente inserita nella raccolta Giorno dopo giorno (1947)
Questa lirica, la prima della raccolta “Giorno dopo giorno”, segna il passaggio di Salvatore Quasimodo dalla fase ermetica alla fase dell’impegno civile e politico. In questa poesia il poeta denuncia la situazione in cui l’Italia versava nel settembre del 1943, quando i tedeschi e i fascisti si resero protagonisti di rastrellamenti, deportazioni e veri e propri massacri. Ed è proprio a causa di questi orrori che i poeti decidono di bloccare la loro produzione letteraria con una protesta silenziosa. Il poeta apre il suo componimento spiegando l’impossibilità di scrivere versi a causa dell’occupazione straniera del paese; poi prosegue descrivendo l’orribile spettacolo dei morti fucilati che, per ordine delle SS, non potevano essere seppelliti subito e restavano sull’erba dura e fredda quale ammonimento per le popolazioni; infine, rievoca il pianto straziante, simile al belato degli agnelli, dei bambini e l’urlo atroce di una madre disperata di fronte al corpo martoriato del figlio.
Il poeta conclude spiegando che ora ai rami dei salici è appesa anche l’ispirazione poetica di tutti coloro che erano contro la guerra e che ora non possono far altro che vederla oscillare al triste vento che essa porta con sé: le cetre che oscillano al vento evocano il senso di inutilità della poesia nell’ora della guerra. La guerra, infatti, è una tragedia biblica di fronte alla quale i poeti non hanno più voce per cantare. Essi, che hanno assistito alla barbarie della guerra, hanno appeso le cetre alle fronde dei salici, come gli antichi profeti, in segno di lutto e di partecipazione solidale, ma anche per auspicare la fine di quegli orrori. Il silenzio del poeta è da considerare, non solo un muto rispetto dinanzi alle sofferenze provocate dalla guerra, ma anche un’implicita denuncia di quegli intellettuali che scelsero durante il ventennio fascista l’asservimento al regime.
Alla distruzione, al dolore e alla disperazione seguono immagini ispirate a pagine della Bibbia: la caduta di Gerusalemme e l’esilio degli Ebrei a Babilonia indicano una situazione non dissimile da quella degli Italiani, la cui terra è occupata dai Tedeschi. Per esprimere la drammaticità dell’opposizione nazista, Quasimodo ricorre a suggestive immagini tratte dal salmo 136 della Bibbia, che mettono in relazione la tragedia del presente con quella analoga vissuta dagli Ebrei deportati a Babilonia. Un analogo riferimento al popolo ebraico si riscontra nel Nabucco di Giuseppe Verdi in relazione alla dominazione austriaca in Italia (il coro del Nabucco canta: "Arpa d'or dei fatidici vati, perché muta dal salice pendi?") .
fonte: www.wikipedia.it
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