Destesto i telefoni, le e-mail e le chat.
Non per una sindrome da rifiuto tecnologico, ma perchè rappresentano dei canali di comunicazione monchi, che privano gli scambi tra persone di gran parte del loro contenuto e, inevitabilmente, del loro significato.
Vengono meno, forse solo in parte nelle videoconferenze, elementi fondamentali che veicolano tutta una serie di contenuti che la mera comunicazione elettronica non può sostenere.
Ad esempio la prossemica, le espressioni del corpo e del viso (soprattutto quelle involontarie), la postura e tutta una vasta gamma di elementi che non percepiamo più, o che crediamo di non percepire, ma che fanno sicuramente presa sulla parte più primitiva del nostro cervello, come odori, variazione della temperatura, feromoni.
Tutti elementi che hanno un peso fondamentale secondo la teoria della circolarità dei modelli di comunicazione, (adoperando il concetto di "retroazione", secondo cui "parte dei dati in
uscita sono reintrodotti nel sistema come informazione circa l'uscita
stessa" . Ci troviamo così in sistemi aperti in cui il
comportamento a determina b che torna ad influenzare a; ma allora è a ad aver determinato b o viceversa?) sanciscono un rapporto tra interlocutori e ne determinano i ruoli.
Sono fermamente convinto che si comunichi di più su uno scompartimento di treno leggendo il giornale, che in un'ora di telefonata con la moglie o l'amante.
Buon ascolto
Se, come credo, lo spazio che intercorre tra due persone e che dividendole le unisce, rimane l'unica realtà significante, allora sono pienamente in accordo con te nell'affermare che i sistemi tecnologici non possono essere pregni di quel valore intrinseco della relazione, o meglio del significato più alto di essa. In sostanza se mentre parlo guardo negl'occhi una persona e la osservo attraverso gli occhi non con gli occhi c'è la possibilità, intendiamoci solo una possibilità, di unire il mio centro al suo, di conoscerla veramente, cosa impossibile con un cellulare. Lucio.
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